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Allenare bambini ed adolescenti: come cambiano le relazioni con l’età?

Ci è capitato di assistere a molti dibattiti tra allenatori riguardo le modalità corrette di insegnare la propria disciplina o il modo di trattare gli atleti ed i rispettivi genitori.

Come prima cosa è fondamentale sottolineare che ogni allenatore deve trovare la propria linea da seguire, il proprio stile in modo da essere coerente con la propria personalità, con il proprio modo d’essere, poiché non c’è cosa peggiore di un allenatore che si finge di essere altro rispetto a se stesso! Detto questo, ovviamente, non esiste un criterio giusto o sbagliato a priori, bisogna sempre calarsi nella situazione (che sport? Quale età? In quale contesto? Etc.) Abbiamo sentito allenatori affermare che il miglior modo per tenere le giuste distanze sia farsi dare del “lei”, non solo dai genitori ma anche dagli atleti, siano quest’ultimi grandi o piccolini (addirittura bambini di 5 anni!). Noi, al contrario, crediamo che non sia tanto una questione del “tu” o del “lei” (tutti noi abbiamo visto almeno una volta persone portare enorme rispetto dando del “tu” ed altre essere completamente irrispettose mantenendo il “lei”) ma, piuttosto, riteniamo che sia la qualità del rapporto che si va a creare a definire la relazione di rispetto e fiducia e, naturalmente (sembrerebbe scontato ma non lo è!), tale rapporto va modellato in base all’età… non si può pensare di trattare un bambino piccolo come un adulto o un adolescente come un bambino!

Partiamo dall’inizio! Quando i bambini sono piccoli e “alle prime armi” non si può certo pensare di creare un clima rigido pretendendo la massima disciplina (Soprattutto nella nostra cultura!). È fondamentale quindi che si mantenga l’aspetto ludico il più a lungo possibile poiché in questa fascia di età le prime fatiche vanno dedicate principalmente alla scuola e lo sport deve essere un piacere, non una costrizione, altrimenti si rischia di ottenere l’effetto opposto da quello desiderato, ossia l’abbandono della pratica sportiva. Detto ciò, l’allenatore deve credere e trasmettere il messaggio che durante gli allenamenti si debba lavorare sodo per migliorare sempre di più, mantenendo però sempre la concentrazione sul divertimento ed il piacere dei bambini!

Successivamente, quando da bambini i propri atleti diventano adolescenti, l’atteggiamento dell’allenatore si deve modificare. Il rapporto si evolve in una forma più matura, in cui l’allenatore deve porre attenzione a non finire per essere confuso con “l’amico”. Da un lato, infatti, non può divenire in toto il suo confidente ma, d’altro canto, non può tanto meno pensare di ignorare tutta la vita dell’atleta (anche perché in un modo o nell’altro molti aspetti della vita influiscono sullo sport). Perciò, in un periodo come l’adolescenza dove le figure genitoriali vengono rifiutate a priori e in cui è importante per il ragazzo sviluppare relazioni sane e positive con altre figure di attaccamento, l’allenatore può sicuramente diventare una di queste, ma deve sempre tenere ben presente che il suo ruolo ed i suoi compiti non possono eccedere troppo al di fuori dell’ambito sportivo!

Per tutti questi motivi risulta chiaro che il ruolo dell’allenatore sia un ruolo molto complesso,  un gioco di sottili equilibri dove ognuno deve trovare la giusta misura per contribuire nel miglior modo possibile alla crescita della persona che ha di fronte, prima che allo sviluppo tecnico – tattico dell’atleta.

Ringraziamo gli psicologi sportivi di Ment&sport per la loro immensa e preziosa collaborazione. Se siete interessati ad approfondire i temi del mental coaching, della psicologia sportiva,… visitate il loro sito CLICCANDO QUI.

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