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Hockey su ghiaccio – FIne stagione – Intervista a Paolo Della Bella

Quel ragazzino reattivo e scattante, quello là coi gambali rossi che sta parando tutto con l’entusiasmo di un giovanotto dopo aver sostituito per la seconda volta consecutiva un Raycroft non in serata, proprio ragazzino non è, in realtà.
E’ sempre lui, è Paolino Della Bella: ha solo tre partite nelle gambe in tutta la stagione, ha trentacinque primavere sulle spalle, ma quando la causa chiama, lui risponde sempre da par suo.
Non è solo accademia, perché sono due partite in cui limitare il passivo è vitale a livello mentale e anche di immagine: se ci riusciamo, è in gran parte merito suo. Anche quest’anno, alla fine, c’è qualcosa per cui dobbiamo essergli grati.

MSN – Ormai da un paio d’anni dici che la tua carriera è a cavallo tra ruoli tecnici e ghiaccio, ma a giudicare dalle tue recenti prestazioni, la metà sul ghiaccio è ancora al top….

PDB – Beh, sicuramente il livello dell’hockey italiano si è abbassato negli ultimi anni, rispetto a quando arrivai io in Serie A nel periodo del penultimo lockout.
Allora facevo le mie 50 partite all’anno da titolare, quindi in fondo è normale che io possa giocare oggi che il livello generale è più basso.
Poi, in generale, il ruolo di goalie in questo è particolare; capita l’anno in cui sei titolare e giochi tutte le partite senza “lasciare spazio” al backup, poi magari arriva un portiere con più blasone e più capacità tecniche, i ruoli si invertono e non vedi più il ghiaccio.
Personalmente sento comunque di poter dare ancora tanto tra i pali, d’altronde qualcosa vorrà pur dire il fatto che l’anno scorso l’ Ambri Piotta mi abbia cercato per il try-out e che poi il Basilea mi abbia offerto un contratto – naturalmente rifiutato perché il mio cuore ormai è a Milano.

MSN – Prospettive per l’anno prossimo, quindi?

PDB – La mia priorità sarebbe restare qui e contribuire al progetto-Milano. Sono in questa città da otto anni, ormai mi sento adottato. Naturalmente bisogna vedere quali saranno le intenzioni del Milano. Sarà necessario anche capire cosa succederà a livello di regolamenti; ormai, per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, ho constatato sulla mia pelle che può accadere di tutto.
Ad ogni modo, l’hockey è il mio mondo ed io voglio restarci il più a lungo possibile, come giocatore, come tecnico, come dirigente se sarà possibile.


Paolo Della Bella in azione a Torino, gara-6 dei quarti di finale contro il Valpusteria  (foto Di Vincenzo)

MSN – Veniamo al campionato per noi appena finito. A consuntivo, la stagione del Milano come si colloca rispetto alle tue aspettative?

PDB – Sostanzialmente, è stato più o meno come me lo aspettavo.
Altalenante, con alti e bassi abbastanza marcati, poi un buon quarto di finale da outsider.
Chiaro che da tifosi magari ci si aspetta di più: il momento dell’annuncio di Raycroft ha liberato i sogni di tutti, e c’è da dire che forse l’inizio di campionato tutto sommato buono – anche se giocato in condizioni non ottimali – ha fatto sperare per un po’ in qualcosa di più. In realtà, però, sono dinamiche normali per una neopromossa come era il Milano: si accumulano più punti all’inizio, quando i roster sono generalmente meno completi e i ritmi più bassi, poi le squadre con più esperienza ed abitudine a gestire una serie A cominciano, appunto, ad alzare gradualmente il ritmo e tutto diventa molto più difficile. Chiaro che si cerca comunque di continuare a “rubare” qualche punto alle squadre più esperte, ma quando tutti crescono in velocità ed intensità diventa un compito difficilissimo per una squadra con tanti giocatori senza esperienza in serie A o comunque con nelle gambe ancora i ritmi della A2.

MSN – In effetti non è certamente un caso che il Milano da inizio Dicembre, quando sconfisse in casa un Valpusteria largamente incompleto, non abbia più vinto una partita contro squadre meglio piazzate in classifica fino a gara-1 dei Playoff

PDB – In un certo senso è una dinamica fisiologica. In una recente intervista il d.t. dell’Asiago, Tessari, ha giustamente ricordato come dominare la regular season non serva pressoché a nulla; in effetti è così, e le squadre più esperte tra quelle che puntano al titolo sanno ormai pianificare la stagione in quest’ottica, partendo a ritmi ridotti e magari col roster incompleto, per poi crescere e perfezionare i ranghi nei tempi giusti per arrivare all’inizio della post-season nelle condizioni migliori sotto ogni punto di vista.
Chiaro che una neopromossa subisce inevitabilmente le conseguenze di queste dinamiche, deve anzi saperne approfittare nel migliore dei modi: non può permettersi di partire rilassata perché sa che dovrà accumulare punti nella prima fase quando è più facile farlo, poi col passare del tempo paga la propria inevitabile stanchezza e, contemporaneamente, la crescita degli altri. Noi comunque siamo stati bravi a partire bene, perché non è scontato riuscirci. In questo è stato fondamentale Raycroft, ed in generale quel periodo è servito ai nostri giocatori per prendere – o riprendere – i ritmi della serie A.

MSN – Già. Poi, quando sono arrivati K&K, dopo aver vissuto una serata altamente illusoria – la vittoria 3-2 SO a Collalbo nella prima partita in cui erano sul ghiaccio sia Kinasewich che Knackstedt – è successo il contrario di ciò che molti tifosi si aspettavano. L’arrivo delle due ali a completare finalmente il roster non ha portato a una crescita di rendimento, ma, al contrario, al graduale ingresso in una fase negativa. L’impressione è stata quella di un inconscio e in parte comprensibile “scarico” di responsabilità da parte del nucleo italiano che aveva retto la baracca fino a quel momento, il cui rendimento è sceso senza che l’apporto di Kina e Knack – entrambi reduci da un periodo di scarsa attività – portasse i frutti attesi.

PDB – Credo che il discorso sia sempre quello: la fase di arrivo di K&K ha incidentalmente coinciso con quella di crescita del ritmo da parte delle avversarie, mentre i nostri cominciavano a pagare un po’ dal punto di vista fisico la loro buona e intensa prima parte di stagione e cominciavano -inevitabilmente – a trovarsi più in difficoltà anche tecnicamente, indipendentemente dal discorso dello “scarico” che potrebbe aver avuto un peso a livello psicologico ma potrebbe anche non esserci stato. Kina e Knack, inoltre, all’inizio erano certamente fuori forma.  L’insieme e la contemporaneità di questi aspetti ha condotto ad una fase difficile che si è protratta lungo Dicembre e Gennaio. Poi però nei playoff il Milano ha fatto pienamente ciò che ci si aspettava, o forse anche di più.

MSN –Non solo le due vittorie, ma anche l’aver messo in qualche modo in difficoltà una corazzata come il Valpusteria sostanzialmente in tutte le partite.

PDB – Sì, la loro è una squadra che sulla carta avrebbe dovuto schiacciare tutti, invece non è stato così: non mi riferisco solo alla serie con l’Asiago, ma anche – a maggior ragione – a quella con noi. Siamo arrivati a vincere due partite, ed anche nelle sconfitte siamo stati a lungo in partita, in gran parte grazie a Raycroft; Andrew ha avuto un calo nelle ultime gare, ma senza di lui non so se saremmo arrivati dove siamo arrivati.

MSN – Ecco, veniamo ad Andrew. A freddo, sembra un ingiusto scherzo del destino il fatto che rimarrà predominante il ricordo delle sue due ultime due partite, dopo una stagione in cui a tratti ha letteralmente retto la baracca. Da un punto di vista tecnico, si può motivare questo suo calo con un eccesso di usura fisica e mentale per un portiere non più abituato a giocare più di 20-25 partite all’anno?

PDB – In Italia si giocano 50 partite in un lasso di tempo ristretto; secondo me, nel nostro campionato dovrebbe cominciare a farsi strada l’abitudine a giocare a due portieri. E’ un ruolo difficile ed usurante, giocare così tanto in un lasso di tempo così concentrato comporta sicuramente dei rischi. In Italia siamo abituati a vedere i backups giocare solo se il titolare – generalmente straniero – si infortuna o abbandona la squadra dirigendosi verso altri lidi, quindi sostanzialmente in condizioni di emergenza. Secondo me invece – ferma restando la distinzione tra un portiere principale ed uno di supporto – l’alternanza potrebbe diventare una valida scelta strategica, sia per pungolare il titolare presentandogli una forma di “concorrenza”, sia per preservarlo in condizioni di maggior freschezza fisica e mentale in vista della parte decisiva della stagione. Ci sono italiani di buon livello come Hell, Baur o altri ragazzi, anche in A2: averli in una squadra di A e far loro giocare una quindicina di partite può anche servire ad avere gente di livello e pronta sotto tutti i punti di vista nel caso succedesse qualcosa al proprio goalie straniero nel momento clou della stagione. Nel lungo periodo, poi, riuscire a tirar su un portiere italiano di livello può naturalmente liberare un posto in più per gli stranieri di movimento.

MSN – In quest’ottica il Milano, che sicuramente schierava il miglior backup del torneo, ha forse perso l’occasione di sfruttare una simile condizione. Si sarebbe potuto far rifiatare un po’ Raycroft durante la regular season mantenendo comunque un elevato livello di goaltending, cosa che pochissime altre squadre si potevano permettere. Cosa ne pensi?

PDB – Ovviamente non entro in questioni relative a scelte tecniche che non competono a me. Chiaro che di occasioni per far riposare Raycroft ce ne sono state, ma è anche vero che il Milano era in una situazione particolare, ovvero quella che abbiamo descritto poco fa: da neopromossa, aveva la necessità assoluta di far punti all’inizio, fase in cui gli altri possono permettersi qualche esperimento in più, motivo per cui è comprensibile che si sia voluto schierare sempre Andrew. Poi, dopo il cambio di coach, era ormai vicina la postseason e bisognava mantenere Raycroft con la giusta tensione in vista dei playoff. In realtà, insomma, la questione è forse più complessa di come si possa pensare.

MSN – Torniamo a “Razor”: un aspetto forse non previsto ma poi risultato evidente è che Andrew, malgrado (o forse proprio a causa de) la sua superiorità tecnica, si è trovato un po’ spaesato in un campionato come il nostro. Naturalmente anche il gioco del portiere è un gioco “di squadra”, fatto di integrazione con i movimenti della propria difesa: per un goalie abituato alla NHL, trovarsi in un contesto in cui il livello di solidità e di rispetto del “sistema” da parte delle difese è enormemente inferiore è stato forse uno “shock”. All’inizio era evidente come Andrew lasciasse rimbalzi dando per scontati il giusto posizionamento o la prontezza d’intervento del difensore, che invece spesso non c’era o non ci arrivava.
Era anche evidente come si trovasse spaesato nei 2 vs 1 – abituato alla perfetta ed automatica sincronizzazione coi movimenti del difensore nella scelta su quale attaccante ciascuno dovesse tenere – trovandosi invece spesso vittima dell’imprevedibilità o dell’esitazione del suo compagno, il che inevitabilmente lo costringeva a coperture degli spazi forzatamente imperfette.

PDB – Sì, in Nordamerica si dice che spesso è più facile giocare in NHL che nelle minors. Chiaro che se da un lato in NHL gli attaccanti avversari sono più forti, è anche vero che la tua difesa ha un senso tattico ed un livello tecnico maggiore, i meccanismi del sistema funzionano meglio, gli errori sono più infrequenti, gli spazi per approfittare dei rebounds inferiori. L’Italia naturalmente non sfugge a questa equazione: il livello tecnico, tattico, fisico ed il ritmo sono ben diversi da quelli di una NHL o anche della AHL, gli spazi molto maggiori, e per uno nella posizione di Raycroft non è sicuramente stato facile abbandonare abitudini ed automatismi ormai consolidati e prendere confidenza con un contesto così insidioso per un goalie. Alla lunga, poi, secondo me, il suo livello tecnico ha prevalso ed ha finito per essere proprio Andrew a coprire alcune lacune che senza lui sarebbero state più vistose, ma sono considerazioni meno ovvie di quel che si potrebbe pensare. Comunque lui è il portiere tecnicamente più preciso che io abbia visto negli ultimi anni.

MSN – Tornando ai playoff, ha certamente sorpreso il completo crollo mentale del Valpu con l’Asiago: l’ “esplosione” di un punto debole che i Lupi hanno mostrato talvolta anche contro di noi.
Secondo te, avessimo avuto una maggiore efficacia nei momenti-chiave (ad esempio in gara 2), si trattava un punto così debole da concederci qualche chance di fare il colpaccio, pur essendo noi tecnicamente inferiori?

PDB – Difficile da dire: il divario tecnico non si discute, naturalmente.
La pressione che avevano sulle spalle era forse l’unico loro tallone d’Achille: dovevano vincere, erano obbligati a farlo, in più hanno ormai a loro carico – succede nello sport – la nomea di squadra che arriva sempre vicina alla vittoria ma non riesce mai a ottenerla, e sono aspetti psicologici con cui non è facile convivere.
Noi, al contrario, non avevamo nulla da perdere, e questo ci ha dato un notevole vantaggio psicologico.
Certo, un po’ di sfortuna l’abbiamo avuta, soprattutto nella ripetuta circostanza di alcuni loro gol di apertura sostanzialmente casuali, derivanti da dischi deviati magari più volte davanti alla gabbia o rotolati dalla parte sbagliata. I gol di apertura, in un seria come quella, erano fondamentali. Chiaro, sono cose che fanno parte dell’hockey.
Diciamo che, in base a tutte queste considerazioni, qualche occasione per far girare la serie l’abbiamo avuta, ma un po’ per inesperienza, un po’ per un pizzico di sfortuna, non siamo riusciti a coglierla.
Comunque, ripeto, loro erano superiori, già aver vinto due partite e aver perso con onore le altre è un bel risultato.

MSN – In sostanza cosa ci è mancato, tecnicamente?

PDB – Il fattore che risalta maggiormente è l’incidenza degli stranieri come punti realizzati; in Italia questo è un elemento ancora più decisivo rispetto ad altri campionati ove gli “indigeni” costituiscono una base numericamente molto più ampia e quindi di livello medio superiore. Ecco, secondo me qui ci è mancato qualcosa rispetto ad altre squadre. Ad Asiago o Torre Pellice, ad esempio, la linea “pesante” è veramente pesante in termini di efficacia, mentre la nostra ha fatto un pochino di fatica, peraltro anche a causa degli infortuni e dei problemi fisici che hanno comunque infastidito tutti gli elementi.
Prendiamo Knackstedt: è arrivato dopo un inizio di stagione in cui ha giocato poco; poi, con un curriculum “italiano” come il suo, costruito l’anno scorso durante una memorabile stagione a Bolzano, è stato subito preso di mira dagli avversari che gli hanno lasciato pochissimi spazi – anche queste ragioni pesano nel suo bilancio che in termini di punti è stato probabilmente inferiore alle aspettative.
E’ anche vero che nell’hockey il singolo giocatore raramente risolve da solo i problemi: inutile colpevolizzare singoli, quando le ragioni di aspetti considerati critici devono secondo me essere eventualmente cercate nella squadra nel suo complesso.
Poi chiaro che, soprattutto nel caso degli stranieri, non sempre le “credenziali” con cui arriva un giocatore, magari anche già conosciuto, vengono rispettate; “azzeccare” uno straniero non è così facile, ed è un fattore decisivo nell’economia della stagione di una squadra.

MSN – Questo della colpevolizzazione dei singoli quando le cose vanno male, peraltro una pratica tradizionalmente lontana e mal vista dallo zoccolo duro del tifo milanese, è un po’ anche lo scotto da pagare all’ampliamento del bacino di pubblico; chi è arrivato da poco ed ha meno esperienza nel campo di uno sport difficile come l’hockey tende a colpevolizzare con facilità il singolo in base a quanto vistosi sono gli errori che fa, ma in realtà le cose non sono così semplici….

PDB – Nell’hockey si dice che solitamente un gol subìto è conseguenza di una concatenazione di almeno tre errori diversi. E non sempre l’errore che viene notato o ricordato dal pubblico è quello più grave o decisivo, o comunque spesso non è un errore che da solo avrebbe causato il gol.
Per esempio, generalmente l’attenzione del pubblico si concentra comprensibilmente su chi porta il disco, e quando il disco viene perso la colpa viene automaticamente addebitata a lui; tuttavia, sappiamo come in realtà non sia necessariamente così, o comunque non completamente così. A volte un giocatore è costretto a portare il disco più del necessario per errori di posizionamento o di movimento dei compagni che non si liberano, oppure, per la stessa ragione, è costretto a un passaggio rischioso perché non ha opzioni più semplici e contemporaneamente è attaccato dal forechecker, cosicchè si trova in una condizione quasi senza uscita, perde “vistosamente “ il puck e si trova sulle spalle colpe non solo sue. Ci sono infinite possibilità di questo tipo, naturalmente difficili da interpretare dalle tribune. Chiaro poi che errori che in A2 recuperi nel 50% dei casi, in A1 li paghi sempre, quindi torniamo, in alcune circostanze, al discorso del prezzo da pagare all’inesperienza in una massima serie.
Naturalmente, infine, a ciascun giocatore capitano alti e bassi durante una stagione, in ogni squadra di qualsiasi lega.

MSN – Nell’ambiente c’è la diffusa sensazione che al Milano sia mancato qualcosa in fase di costruzione del roster. L’impressione è che le squadre italiane più vincenti non vogliano prescindere dal puntare prioritariamente su una posizione chiave come quella del centro della linea “pesante”, che deve avere determinate caratteristiche fisiche e di playmaking per innescare le sue ali. Al Milano questo ruolo è rimasto sostanzialmente scoperto e lo si è dovuto riempire con giocatori di caratteristiche in parte diverse, riducendo probabilmente l’efficacia dei nostri “snipers”. Quando si è cercato di mettere una “toppa” di lusso come Angelo Esposito, purtroppo è arrivato l’infortunio che lo ha subito messo fuori gioco.

PDB – Può essere che un centro dotato di playmaking “spinto”, di grande capacità di lettura del gioco e di adeguata velocità ci sia mancato, tuttavia non sono così convinto che anche un giocatore di quel tipo avrebbe cambiato significativamente la stagione: credo che lo scotto al salto di categoria lo avremmo pagato comunque, in ogni caso.
La crescita va programmata con rispetto delle singole fasi, un anno di assestamento secondo me era inevitabile, l’importante è la programmazione a lungo termine, che sono sicuro darà i suoi risultati, così come li ha dati in A2, partendo dalle macerie dei Vipers e arrivando con gradualità e razionalità alla promozione attraverso un percorso lungo quattro anni.
Certo, comunque, la presenza di Esposito ci avrebbe permesso di giocare con tutti gli stranieri, fattore importantissimo in Italia. Lui ha un curriculum di tutto rispetto; dopo anni difficili per i noti problemi fisici, ha avuto un inizio di stagione complicato in Finlandia, ma qui si stava adattando bene. Nella partita in cui si è infortunato ha fatto numeri di livello, stava crescendo, poteva essere importante per noi. Peccato.

MSN – Parliamo un po’ di lati positivi. Quest’anno diversi giovani che esordivano in A hanno dato buone risposte.

PDB – Il salto maggiore, secondo me, l’ha fatto Marcello Borghi; lui è ancora under 20, è stato titolare tutto l’anno ed ha giocato bene. E’ un giocatore fisico, ha una buona visione di gioco, tira, pattina, in sostanza è un ragazzo su cui puntare per il futuro. Se non si perde nei meandri della gioventù, può dire la sua a lungo, qui in Italia.

MSN – Oltretutto lui è molto duttile, in teoria può giocare centro, ala e terzino, ha quindi anche una buona fase difensiva.

PDB – Vero. Per me comunque lui è un centro. Deve crescere naturalmente, è ancora giovane, ma secondo me è un centro, anche se certamente può fare il “jolly”, ed un giocatore cosi completo nel contesto italiano è sicuramente un buon investimento.

MSN – Poi c’è Tommaso Goi.

PDB – Goi ha mostrato tanta voglia di giocare e molta intraprendenza fisica. A livello di giovani, quest’ultimo aspetto è un po’ carente in Italia, manca un po’ il giocare fisico: prendere il colpo, rialzarsi e continuare a pattinare, cosa che lui forse ha preso in svizzera . Qui spesso vedi giovani, anche di talento, prendere il colpo e fermarsi per lamentarsi, per fare scena; insomma, interrompono l’azione.
Gente come Goi, invece, toglie quest’immagine un po’ “calcistica” dall’hockey, il che fa bene a tutto il movimento. L’hockey è sport maschio, i colpi si incassano e si continua a pattinare…..

MSN – Latin? Buone sensazioni?

PDB – Lui è molto fisico, ma soprattutto non ha paura di andare negli angoli ed è privo di timori reverenziali, anche verso i “vecchi” – l’abbiamo visto in A2 con Armando Chelodi e Lino De Toni. Per l’età che ha, Niccolò è molto calmo quando è in possesso del disco; di solito un giovane è più nervoso, soprattutto se entra a freddo e se non gioca con continuità: tende a liberarsi del disco con una certa rapidità. Sotto questo aspetto, invece, Latin a volte sembra un veterano. Un difensore italiano con quel fisico, dotato anche di tiro e di buone mani, è piuttosto raro, ce ne sono davvero pochi.
Deve lavorare molto su velocità ed esplosività: quando sarà cresciuto anche sotto questi aspetti, potrebbe divenire importante nel panorama italiano.

MSN – Dopo aver parlato di chi sta già avendo le sue opportunità, diciamo due parole su chi potrebbe averle in futuro?

PDB – Sicuramente nelle nostre giovanili ci sono diversi elementi interessanti in proiezione più o meno futura. Purtroppo il bacino a Milano è piuttosto limitato numericamente, servirebbe sempre più gente entusiasta e motivata.
Già la U20, pur senza ottenere grandi risultati di squadra, sta proponendo 2-3 giovani di buone prospettive. Ivashynka, 17 anni, giocherà da italiano l’anno prossimo; ha visione di gioco, stickhandling, va tenuto d’occhio insomma. Poi c’è Zanalda, difensore fisico, adatto all’hockey moderno – in Italia c’è sempre fame di difensori con le sue caratterisitche .
In U16 ci sono Alario e Marini, già nel giro delle nazionali, che possono avere prospettive.

MSN – Nuove regole: si prospettano scenari di varia natura, dall’ampliamento del numero di squadre in Serie A alla riduzione degli stranieri.

PDB – Io manterrei due leghe equilibrate come ora: una di eccellenza ed una di sviluppo.
Ampliare l’A1 ha senso fino ad un certo punto, perché il bacino di giocatori italiani è troppo ristretto per avere una A1 allargata e di qualità. Allargare la base per diminuire la qualità porta solo ad un abbassamento dell’interesse generale verso uno spot che già è di nicchia.
Idem, abbassare il numero di stranieri vuol dire togliere qualità.

MSN- … figuriamoci fare le due cose contemporaneamente. E’ una specie di circolo vizioso, d’altronde: se aumenti il numero di squadre in A coinvolgendo anche realtà attualmente dimensionate per la A2, devi permettere loro di essere competitive da subito e puoi farlo solo (forse) riducendo il numero di stranieri, ma in questo modo lo spettacolo crolla, perché ridimensioni la maggior fonte di “qualità” del nostro hockey e contemporaneamente non ci sono giocatori italiani di spessore in numero sufficiente a coprire i “buchi” ed a garantire un discreto livello medio su un numero di squadre addirittura aumentato.

PDB – Si, infatti il vero problema dell’hockey italiano è la mancanza di pianificazione a lungo termine. Qui nessuno può fare programmi, né il singolo giocatore – io ogni anno mi chiedo cosa sarò, se italiano, straniero o qualche forma intermedia – ma nemmeno le squadre, che vedono cambiare il regolamento ad ogni stagione .
Serve una normativa sicura, chiara e a lungo termine (almeno 6-7 anni).
Solo così si può crescere.
Ci sono squadre che puntano più sui vivai, altre che si concentrano maggiormente su giovani oriundi e li fanno crescere perché costa loro meno e offre risultati più immediati che scommettere sui frutti di un settore giovanile. Difficile dire cosa sia più giusto, perché i riferimenti cambiano ogni anno.
E’ chiaro che in termini generali l’Italia deve puntare sui suoi giovani, deve allargare la propria ridottissima base, ma lo può fare solo con ragionamenti a lungo termine.
Esempio: se decido che l’A2 è una lega di sviluppo, potrei imporre che il portiere sia italiano. Però devo fare un programma che permetta ai giovani ed alle squadre di sapere che sarà così per anni, e quindi di programmare a loro volta, di investire in questo senso. A questo punto, le società da un lato saranno costrette ad agire in questa direzione, dall’altro sapranno che se lo faranno otterranno comunque un premio per i propri sforzi. Se scelgo questa linea, però, è ovvio che non posso poi ascoltare questa o quella società che, alla seconda stagione in cui non ha un portiere italiano di livello tra le mani, va a protestare; devo sostenere fermamente la linea predefinita, non posso reagire ad una situazione così con – ad esempio – una deroga per portieri oriundi under 23, che premia chi non ha investito nei giovani e magari va a chiudere improvvisamente la strada a ragazzi italiani che stavano investendo anni della propria vita inseguendo il sogno di arrivare a giocare in A2 o in A sulla base della presunta certezza di avere almeno un’occasione.
Così facendo tolgo credibilità al concetto di programmazione, mino le prospettive a lungo termine tanto dei giovani che si avvicinano allo sport quanto delle squadre che magari li fanno crescere per poi trovarsi ad aver fatto tutto questo per niente o quasi. In Italia, invece, spesso le cose hanno funzionato a colpi di adattamento, col risultato che tutto è costantemente ingessato perché ogni cosa può cambiare da un momento all’altro e nessuno corre il rischio di investire sul futuro. Né le squadre, né le famiglie. Il che danneggia soprattutto le politiche che necessitano di tempi lunghi, come appunto il puntare con decisione sui giovani italiani.

MSN – In effetti il movimento italiano dà l’impressione di essere in agonia.

PDB –Se non ampliamo la base di giocatori italiani, il movimento è destinato a morire. Bisogna andare nelle città, l’hockey deve diventare un sport nazionale, non dico diffuso su tutto il territorio, ovviamente, ma almeno in qualche città del nord Italia. Non può sopravvivere restando confinato principalmente in piccole cittadine o paesi, peraltro quasi tutti concentrati a livello regionale.
Si dice sempre “ in Svizzera è diverso”, ma se è così è perché la Svizzera questo tipo di programmazione lo ha già messo in atto da tempo.
Anche là negli anni ’80 prevalevano i piccoli centri, ma si è capito che bisognava evolvere verso una direzione diversa per crescere, ed ora in LNA ci sono molte squadre basate in grandi città. I teams dei piccoli centri ci sono ancora, alcuni in A, molti nelle leghe inferiori dove svolgono comunque il loro fondamentale ruolo.

MSN – Cose su cui in Italia si discute da decenni senza esito. C’è da dire che qui da noi, dove la tradizione hockeystica è molto meno radicata, andare nelle città non è facile, anche per il già ripetutamente citato problema del limitato bacino di giocatori italiani: se ci si espande coinvolgendo un grande centro, chi comincia quasi da zero dove trova i giocatori per mettere in piedi un roster competitivo ed uno spettacolo adatto ad attrarre pubblico da subito, che sono le condizioni necessarie perché l’iniziativa non fallisca immediatamente?

PDB – Se c’è questa possibilità, bisogna fare come in Germania quando ha aperto la Del: tanti stranieri all’inizio per coprire l’insufficienza numerica di buoni giocatori locali, ma anche squadre che contemporaneamente hanno investito sui giovani, cosicchè ora c’è un campionato di livello, una nazionale forte e giocatori tedeschi di rilievo persino in NHL.

MSN – Anche questo, però, è un processo ipoteticamente realizzabile solo con una programmazione a lungo termine

PDB – Certo: se oggi posso avere – per fare un esempio –  15 stranieri ma so con certezza che tra tot anni potrò averne 9, so già che poi quei 6 posti in più li dovrò costantemente riempire con giocatori locali, su cui quindi devo investire per forza sin da ora.

MSN- In sostanza, in uno scenario come quello che stiamo ipotizzando, bisogna dare alle squadre la possibilità di nascere e/o consolidarsi, ma bisogna anche metterle di fronte all’obbligo di investire nei propri vivai per poter poi sopravvivere. In questo modo il livello rimane costantemente buono: inizialmente è basato soprattutto sugli stranieri e poi, gradualmente, sempre più sui locali, finchè il movimento si reggerà sulle sue gambe.

PDB – … e anche questo può succedere solo con linee guida stabilite e predefinite a lungo termine, come è regolarmente successo all’estero. In generale, tutto diventa possibile con la programmazione.
Finora da noi, invece, non si è mai posta attenzione alla programmazione: in genere si cerca di mettere la toppa di anno in anno in base ai problemi contingenti, ma in questo modo uno sviluppo organico è impossibile.
Il fatto è che qui la linea non ha come priorità sviluppare l’hockey, ma è una linea di mantenimento e conservazione.
L’hockey italiano è gestito un po’ come se fosse un parco nazionale: la priorità è salvare le specie esistenti impedendo che si estinguano, ed ogni anno si agisce quindi secondo le necessità momentanee ed a breve termine delle suddette specie.
Magari si presenta la situazione in cui introducendo quattro nuove specie si potrebbe ottenere uno sviluppo complessivo di livello, ma se questo inserimento minaccia la sopravvivenza dello stambecco o del camoscio, qui non lo si fa.
E si rimane sempre fermi allo status quo.
Purtroppo, se punti sullo sviluppo ci saranno inevitabilmente realtà che nascono ed altre che muoiono o vengono ridimensionate, è fisiologico ed è un prezzo che va accettato, anche perché con un movimento sviluppato può essere poi più facile riportare in auge realtà inizialmente penalizzate.

MSN – … che forse poi avrebbero anch’esse nuova e miglior solidità come parte di un sistema organico evoluto e non semplicemente perché tenute su di anno in anno.

PDB – Sì, in generale credo che l’annuale dibattito se puntare su stranieri, italiani, oriundi e così via sia sostanzialmente inutile alla radice: nessuna soluzione, da sola, può risolvere i nostri problemi. L’unica via è una programmazione a lungo termine, che permetta quindi la combinazione e sincronizzazione di soluzioni diverse: ben coordinate e distribuite nei tempi adeguati, potrebbero sviluppare l’hockey italiano come è già accaduto in tanti altri paesi.

(Si ringrazia www.milanosiamonoi.com e Carlo Sansilvestri)

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