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Ma i ruoli educativi sono cambiati in meglio o in peggio?

Prendo spunto dall’articolo dall’articolo di Ilario Lodi, direttore di PRO JUVENTUTE, apparso il 18/10/2012 su tio.ch (http://www.tio.ch/Ticino/Societa/News/703553/Qual-e-il-ruolo-del-docente-oggi)

Qualche tempo fa un docente mi confessava che uno dei suoi più profondi desideri era quello di poter ritornare, finalmente, a fare il docente. Non che avesse smesso di esercitare detta professione, era solo che nella sua scuola, a suo dire, il ruolo del docente si era allargato a tal punto da dover richiedere delle competenze che egli mi confessava non possedere: “Oltre che a docente – mi disse – dovrei essere anche assistente sociale e, magari, anche mediatore familiare”.

Un impegno davvero gravoso, soprattutto per chi non ha scelto di fare l’operatore sociale ma, appunto, il docente. Il problema è noto e di difficile soluzione. In molti ci stanno infatti lavorando. Ma vien da chiedersi se, effettivamente, alcune famiglie non abbiano delegato alla scuola dei compiti che essa non può – e non certamente per mancanza di volontà – assumersi. L’educazione dei nostri ragazzi passa in grande misura attraverso le istituzioni, e non potrebbe essere altrimenti.

Nonostante ciò il ruolo della famiglia – ma anche qui il discorso si fa difficile – è e rimane fondamentale per l’educazione dei nostri ragazzi. Non demandare alla scuola ciò che la scuola non può fare significa adoperarsi per assumere maggiormente le nostre responsabilità educative.

Per esperienza di tutti i giorni, spesso vi sono genitori che non solo demandano questa grossa responsabilità ai docenti scolastici e all’istituzione della scuola, ma anche alle società sportive e ai loro staff tecnici. In molti casi, però, si demanda il ruolo educativo, ma allo stesso tempo si vuole poter influenzare le decisioni di scuola e società sportiva.

Mi spiego. Quante volte si legge di famiglie che ricorrono contro bocciature o rimandi dei figli? Parecchie. Quante volte le società sportive decidono (per i più disparati motivi, siano essi disciplinari o tecnici) di non far giocare un ragazzo o di cambiarne il percorso di apprendimento e i genitori si mettono sul piede di guerra, coinvolgendo più parti per tirare acqua al proprio mulino e per modificare la decisione dell’allenatore? Innumerevoli.

Il problema, secondo me, è che il genitore stesso, in un ambiente, quello odierno, che è più finto buonista e ancor di più egoista, spesso ha perso il suo ruolo e pretende che questo venga sostituito dalle istituzioni (siano esse scolastiche o sportive), allo stesso tempo crede di potersi permettere sempre e comunque di dire la sua opinione, anche quando non richiesta, ma soprattutto se la controparte fa notare una situazione diversa da quella da lui (il genitore) descritta diventa irascibile e si appella a diritti in realtà inesistenti pretendendo di rovesciare le decisioni prese.

Insomma spesso oggi il docente, l’allenatore o le persone che si ritrovano in questa posizione non devono essere solo educatori, ma anche psicologi, assistenti sociali, mediatori famigliari e “giudici di pace”. Mentre il genitore che si sottrae (non tutti ovviamente e per fortuna) ai suoi doveri in casa, oltre a pretendere che tali istituzioni facciano il “suo” lavoro, si propone come inquisitore se le decisioni non lo aggradano.

Ognuno ha il proprio ruolo e i ruoli vanno mantenuti. “Non lo educo alla vita, ma m’incazzo se i suoi comportamenti portano a conseguenze non positive”. Forse la gente ha dimenticato che scuola e sport sono una palestra di vita e insegnano a comportarsi e a impegnarsi, non sono un istituto di recupero sociale o un sostitutivo al ruolo di famiglia e genitori.

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